Il sito ufficiale della pittrice palermitana.

L’anima e il sogno urbano. Attraversando Palermo

In esposizione trenta oli di recente realizzazione che costituiscono un itinerario sentimentale attraverso i luoghi di Palermo, città di adozione della pittrice trapanese.
L’autrice compie il suo viaggio pittorico all’interno di una tematica nuova, pur sempre fedele alla propria cifra intimistica : interni ed esterni della città si alternano, dipanando il racconto di un contesto urbano nel quale meraviglia e degrado convivono, filtrati da uno sguardo amorevole, ma mai rassegnato o scevro da un costruttivo rammarico.
Scrive Piero Longo nella presentazione al catalogo:
[…] Questa volta invece il suo velario si leva sul teatro urbano di una città nevrotica e imprendibile, ibrida e sempre nuova che sbalordisce nei suoi squarci panoramici e sbiadisce nel cuore degli interni dei palazzi dove la storia ha visto i suoi fasti. La pittrice la ha attraversata cercando altre immagini e altri interni dove la storia si è fermata al tempo già vissuto e ha lasciato quel segno visibile dal quale traspare l’anima che vive nascosta anche nel degrado e nell’abbandono più fascinoso da cui Bice si lascia incantare per farne quadro e memoria : immagine altra dove aleggia il colore del respiro e l’atmosfera inquietante di un silenzioso richiamo al presente e alla realtà urbana capace ancora di suscitare il sogno, di consentire al nostro immaginario di penetrare appunto nella profondità dell’anima urbis. […]

Inaugurazione: VENERDI’ 6 NOVEMBRE 2015 ALLE ORE 18
La mostra si protrarrà fino al 28 NOVEMBRE 2015.

Per informazioni tel. 091-6114182; e-mail: ellearte@libero.it website : www.ellearte.it

da ElleArte

Dipinti e Ceramiche. Un ensemble

Mostra collettiva. Inaugurazione il 9 Novembre 2012 ore 18:00

Artisti: Sarah Miatt, Bice Triolo, Eleonora Miccichè, Barbara Arrigo, Edi Magi

In mostra ventotto tele appartenenti alla recente produzione, di Sarah Miatt , pittrice inglese che vive ed opera in Toscana e dell’artista palermitana Bice Triolo .
Nei dipinti esposti la ceramica diventa soggetto dell’opera, ora secondo il dettato intimistico della Triolo che ritrae piccole e preziose composizioni di oggetti o suggestivi interni, ora lungo il percorso di ricerca della Miatt che, reduce dal grande successo della mostra al Museo Etrusco di Cortona, rappresenta nei suoi lavori antichi ed affascinanti reperti.
Inoltre la mostra si avvale delle creazioni artistiche in ceramica realizzate dalle autrici palermitane Barbara Arrigo ed Eleonora Miccichè, e dalla toscana Edi Magi.
Le ceramiste offrono il proprio contributo con svariati oggetti (piatti, vassoi, ciotole, monili), nei quali si riflettono le diverse cifre stilistiche ed espressive di ciascuna.
La ceramica è dunque protagonista, nelle sue più varie accezioni, di questa collettiva tutta al femminile che si propone l’intento di creare un Ensemble di oggetti e dipinti, di forme e colori, attraverso un armonioso coro a più voci.

Le autrici saranno presenti in galleria.
La mostra si protrarrà fino al 27 NOVEMBRE 2013
Ingresso libero. Orari 16.30/19.30. Chiuso domenica.
Per informazioni tel. 091-6114182; e-mail: ellearte@libero.it website : www.ellearte.it

da

Collettiva San Giovanni Decollato

Mostra collettiva.

Artisti: Francesco Caltagirone, Anna Kennel, Luca Raimondi, Bice Triolo.

Composizione con fresie Olio su tela 70x70 2010

2013-01-15 17.24.11

2013-01-15 17.22.37

sessantapersessanta – Mostra Personale

Come isole sull’oceano dell’oblio

«…I ricordi erano isole

intorno a cui si estendeva l’oceano dell’oblio

con le sue correnti, i suoi gorghi e le sue secche.

I banchi di sabbia potevano emergere

e ciò che si trovava in superficie poteva affondare.

Il livello dell’oceano cambiava periodicamente.»

(Katharina Hagena, Il sapore dei semi di mela).

 

I racconti pittorici di Bice Triolo appartengono alla sfera mobile del ricordo che emerge e affonda sull’oceano dell’oblio seguendo il ritmo ciclico e cadenzato delle maree. Sono ricordi che non appartengono per forza a qualcuno, ma che si rivelano nella luce tremula della memoria di ognuno di noi, sprigionando sensazioni, odori e sapori.

Ancor più quest’ultima serie di tele 60×60 acuisce l’atmosfera intima e raccolta, silenziosa, in cui gli oggetti o le piante sembrano contemplare il proprio tempo, lontani dalla presenza umana, come venuti fuori dalle pagine di un diario segreto dimenticato in cantina.

A volte sono ricordi nitidi (Tavola apparecchiata), a volte appena percepibili (Zanzariera), ma comunque sempre avvolti da un velo più o meno trasparente, il velo dell’oblio, mosso dalle mani del tempo e della coscienza. Netta o sbiadita la traccia resta comunque ben incisa sulla memoria, grazie ad un tratto pittorico veloce e vibrante, solcato da una linea bianca come gesso sulla lavagna, che delinea e cancella, segue le forme per lasciarle andare subito dopo.

Sono piccoli scorci su un mondo che conserva soltanto la traccia del passaggio dell’uomo: tavole imbandite in attesa di commensali, o libri che attendono di essere letti, poltrone che guardano fuori dalla finestra, tutti lì come reperti di un passato recente accanto ad una natura  lussureggiante che prende il sopravvento sui balconi e le terrazze sfiorate dalla brezza marina. Lo sguardo spazia poi sulle vedute, fuori dalle mura domestiche, a volo d’uccello su campi verdissimi, su brillanti scogliere o saline dorate, su quei paesaggi infiniti dell’anima che danno ossigeno agli archivi della memoria.
Bice ci dona allora una scia di sensazioni variabili, diurne e scintillanti come la luce mediterranea,o crepuscolari ed intime come la fioca lanterna che illumina la nostra anima.

Sarà poi l’esperienza personale di ciascuno di noi a ricomporre il ricordo di vita vissuta, sgorgando quei canali che probabilmente la nostra coscienza ha ostruito e che adesso sono liberi di riaffiorare come isole sull’oceano dell’oblio. È proprio questo il bello della pittura, come dell’arte in genere, la capacità di dire senza dire, di suggerire senza imporre, in un “mobile universo di folate” e di sensazioni che danno vita ad un linguaggio universale in cui tutti possono riconoscersi e trarre un sano nutrimento spirituale.

Valentina Di Miceli

              Settembre 2012

INSIDE/OUTSIDE – Interni ed esterni tra memoria e racconto – Mostra Collettiva

Inside/Outside, centocinquantesima mostra nel cammino di Elle Arte, è un viaggio sospeso tra memoria e immaginazione che raccoglie le testimonianze artistiche di molti degli autori che in  tredici anni di attività hanno contribuito a costruire la storia e a delineare il profilo della galleria. Intimi dettagli di interni, attinti da microcosmi del sogno o del ricordo, si alternano a scorci e paesaggi rivisitati dal taglio pittorico, e a volte immaginifico, dell’autore.

Il percorso espositivo si avvale anche di nature morte nelle quali gli oggetti rappresentati rimandano al rapporto tra il contenuto e il contenitore, tra il pieno ed il vuoto, stimolando la curiosità del riguardante. Persino l’essere umano è, nella sua completezza, ritratto “dentro e fuori”, come a voler riassumere tutte le sfumature che scaturiscono dal suggestivo progetto di questa mostra.

Qual è il confine tra interno ed esterno? E quante volte, fino all’infinito, il rapporto fra questi due concetti può ripetersi, in uno scambio di prospettive, come in un gioco di scatole cinesi?

Ringrazio tutti gli autori che, accogliendo con entusiasmo il mio invito ad affrontare questi interrogativi, hanno dato corpo, ciascuno con il proprio prezioso tributo, a questa collettiva: un coro di trentadue voci che sono riuscite ad organizzare note diverse in un’unica armoniosa melodia.

Sono grata ad Aldo Gerbino e Piero Longo per l’attenzione e la cura delle illuminate ed illuminanti letture dedicate a questa rassegna. Dulcis in fundo non posso fare a meno di rivolgere la mia gratitudine ad Emanuela Minì e a Maria Di Chiara che condividono, con entusiasmo e dedizione, la quotidiana avventura della galleria.

Laura Romano

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Parvula Carminia – Mostra Personale

Un irretente caleidoscopio di poetiche fantasmagorie,
declinato lungo il filo sottile (ma tenace) della memoria.
Immagini evocate dal grumo scuro dell’interiorità
– attraverso un procedimento di sfrondamento
d’ogni superfluo orpello estetizzante
– e restituite all’occhio incantato dell’osservatore
nell’assoluta purità della propria essenza
emozional-sentimentale.
E’ questo l’inconfondibile modus operandi
di Bice Triolo, pittrice di non comune sensibilità
introspettiva e di spiccate doti empatiche,
capace di traslare l’intenso “mood” che anima
le cose in forme visuali di estrema e rarefatta
raffinatezza figurale.
Forte di un lirismo sommesso e misurato
– nel cui tono intimista paiono risuonare echi
gozzaniani – e d’una impareggiabile cifra lessicale
– dal peculiare connotato di figurazione
incisiva e graffitistica –, l’artista trapanese
ha fatto della sublimata traslazione dei vissuti
più cari ed affettivi l’elemento fondante e
costitutivo del proprio ideare e fare artistico.
Piccoli frammenti di vita, minute vestigia di
quotidianità, ricordi minimali (ma pregnanti),
lentamente e sapientemente decantati in una
dimensione psicologica ripiegata e solipsistica,
riemergono come cristallizzati in una sorta di
“ultrafiltrato iconico”, ove un’atmosfera pausata
e meditativa (esente da qualsivoglia squillo
retorico o declamazione sopratono) si fa vettrice
visuale di ascose (ma consistenti) risonanze
esistenziali.
Nessuna emersione o estroflessione di incontrollati
rigurgiti dal magma dell’inconscio –
dunque – nella pittura della nostra Bice, bensì
una cosciente selezione di tutte quelle “minuscole
memorie” – però di grande rilevanza e
significatività – capaci di fungere da singole
tessere d’un unico mosaico, col quale operare
una piena affermazione della propria identità.
“Parvula carmina”, che cantano quelle
apparenti “cose minime”, il cui riposto e imperscrutabile
valore può conferire senso e significanza
ad un’intera vita, costituendo la struttura
portante sulla quale edificare scientemente il
proprio essere ed esistere.
L’acceso rosseggiare d’una panchina nell’umbratile
verdeggiare d’un giardino, il bianco
calcinato degli accumuli di sale sulla liquida
azzurrità dell’acqua marina, la vitrea e spoglia
evanescenza di bicchieri e contenitori nell’assolutezza
rigorosa d’uno sfondo “color field”,
il binario comporsi ed embricarsi di pomodoro
rosso corallo e di aglio bianco-perlaceo in un
insolito e ortofrutticolo torchon, il silente e
sospeso simbolismo di radi oggetti o poco mobilio
(il cavalletto dell’arista, libri negligentemente
accatastati, ectoplasmici arredi) in eleganti e
solitari interni borghesi, l’improvviso aprirsi

di paesaggi marini e collinari dalla bellezza
aspra e desolata non sono – quindi – che versi
immaginifici (nel pieno rispetto dell’ut pictura
poesis), con cui al contempo chiosare e dare
forma percepibile alle apparentemente piccole
(ma in vero grandi) “miliaria” d’un articolato
iter di donna e di pittrice.
Scandito con metrica concisa (e però altamente
evocativa), in grazia d’un personalissimo
lessico figurativo la cui sintesi formale giammai
va a disdoro dell’eleganza dell’eloquio, questo
scarno verseggiare della Triolo si contraddistingue
tuttavia per la sua notevole possanza
sinestesica, riuscendo nell’intento non comune
di sollecitare non solo – come d’uopo – la vista,
ma anche gli altri sensi, in una autentica ricomposizione
cognitiva di emozioni e sentimenti.
Come nel caso delle “madeleine” proustiane (la
cui rievocazione sembra restituirne al lettore
tutto lo sprigionarsi del profumo e del sapore),
anche nei dipinti di Bice Triolo le immagini
vanno ben al di là d’una semplice raffigurazione
di luoghi o di oggetti, trasmettendo agli
osservatori la puntuale resa di atmosfere e sensazioni,
in una compiuta relazione simpatetica
che li rende partecipi di umori e stati d’animo.
Una caratteristica – quest’ultima – che qualifica
e connota l’intero fare artistico della
nostra Bice, la cui produzione pittorica, non
a caso, spazia – con pari valore e raffinatezza
– dalla natura morta ai paesaggi e dalla descrizione
di interni alle vedute, senza che ciò comporti
alcuna caduta di tensione poetico-visiva
o ridimensionamento di capacità di penetranza
e coinvolgimento psicologico. Il tutto – come
accennato – con una scrittura asciutta e sintetica,
ove l’incisività segnica (nel senso stretto
e compiuto dell’espressione, in virtù d’una
autentica scarificazione delle superfici) si sposa
a un colorismo abraso e tonale dall’inconfondibile
stesura di cretacea consistenza (ma sempre
di elevata termica affettiva) e soprattutto a un
senso della figurazione che rifugge da acribie
fotografiche o veristiche (propendendo, piuttosto,
per suggestioni fantasmagoriche) e che non
disdegna la fuga (o quanto meno l’incursione)
verso assetti di tipo geometrizzante (soprattutto
nei paesaggi) assai inclini a suggestioni di carattere
astrattista.
E’ questo – dunque – il singolare modo di
esprimere il proprio immaginario impaginato
da Bice Triolo: un articolato insieme di riferimenti
mnesici assolutamente personali, capaci
però di fornire i determinanti punti cardinali
con cui ricostruire la dettagliata topografia
d’una elegiaca interiorità. “Visione di sé” offerta
al mondo, che si sostanzia di piccoli lacerti di
viver quotidiano, poi ricomposti in un’ampia e
suggestiva panoramica attraverso singole rievocazioni
visuali. Un dettagliato regesto di quel
che si è, redatto con immaginifica e lieve poeticità,
inanellando tutti quei minuscoli “incanti”
dei quali si compone ogni esistenza e soprattutto
spogliando cose, oggetti e contesti della loro
parvente banalità, fino a circonfonderli d’una
aura di avvolgente magia, in grado di elevarli
al rango imperituro e immutabile che pertiene
a ogni vera opera d’arte.
Salvo Ferlito (settembre 2009)

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La casa della memoria – Mostra Personale

Secondo il principio incontestabile contenuto nella Poetica di Aristotele, il segno distintivo del genio artistico consiste nella sua capacità di generare immagini. Per sua natura originaria, il poeta è eikonopoiòs, creatore di figure che diventano icone della Verità, imagines dell’assoluto. Il giorno della poesia si leva soltanto allora, quando la luce dell’Icona illumina la lunga notte che la vita diventa sotto i colpi dirompenti del tempo “dalle ali fredde”, come cantava il Foscolo.
Una errata visione della pittura assegna ad essa quasi il compito ridotto di illustrare la realtà, di tessere la veste del tempo, di rivestire con colori il bianco ghiacciaio dell’essere: quasi che, in un mondo reso innevato dall’0blio, essa sia la macchia di colore che rende gradevole la natura delle cose e il fatale passare del Tutto. Una visione errata che è giustificata, oggi, dalla mercificazione eccessiva delle tele, dalla dimensione arredante del quadro, che serve a riempire di colori gli ambienti, e non a illuminare il mistero dell’esistenza. Il mercato ha perduto la Pittura, la scarsa cultura degli acquirenti ha imposto forme che in altri luoghi e altri tempi non avrebbero avuto modo di esistere. Oggi sembra che quasi tutti coloro i quali siano dotati di una certa sensibilità abbiano quasi il dovere di essere poeti, pittori, narratori, musicisti, senza conoscere le regole irrinunciabili delle singole arti e la finalità di espressione dell’assoluto. Migliaia di libri di poesia pubblicati ogni anno, migliaia di quadri dipinti, migliaia di pagine di racconti inverosimili, migliaia di composizioni musicali che sono offesa alla grande tradizione classica: così, in questa selva oscura di dilettanti che si credono poeti solo perché scrivono, inventano o disegnano qualcosa, si perde la misura della grandezza e del miracolo, e la quantità vince sulla qualità, quando a volte lo strapotere dei critici non inventi grandezze e autori che durano lo spazio di un breve volgere di anni o di mesi.
Perché sia possibile stabilire il valore intrinseco di un quadro, occorre per ciò ricordare quel che Lessing diceva della pittura: essa è poesia muta, narrazione di verità attraverso immagini, racconto dell’infinito attraverso icone. Su questo si misura il senso di un’opera, che deve anche rispettare il principio estetico contenuto in Materia e Memoria di Bergson: che ogni immagine è un ricordo, e ogni ricordo è una immagine (“Qui non c’è cosa che io veda o senta/onde un’immagin dentro non torni/e un dolce rimembrar non sorga”, cantava il Leopardi delle Ricordanze), e che una immagine che non sia memoria di qualcosa è solo vana esercitazione cromatica.
In questo senso, mi sembra di poter dire che l’opera pittorica di Bice Triolo, e parlo della presente mostra organizzata dalla grazie alla particolarissima sensibilità poetica che ispira le scelte di Laura Romano per la sua galleria, rispetti perfettamente i principi di poetica sopra espressi. Dentro di lei, dinanzi al bianco della tela, accade il mistero del ritorno del passato, il canto triste e insieme confortante della Memoria: e alla Memoria la pittrice ha costruito una Casa. Una casa fatta di melanconici muri che raccontano il tempo e sono limite all’infinito; una Casa cui si accede attraverso cancelli misteriosi che la natura ha tentato invano con la sua fioritura di nascondere a occhi importuni; una Casa dove salotti deserti conservano ancora l’eco di conversazioni perdute, di gioie e dolori sussurrati, di silenzi improvvisi e parole dimenticate; una Casa in cui i balconi, incorniciati da antichi drappeggi e da tende, si affacciano a una luce misteriosa, che è quella dell’origine stessa della vita, eco luminosa del divino.
E in questa casa della memoria, dove tutti ci ritroviamo, che è casa nostra, anche se soprattutto dell’autrice, non c’è nessuno. Nessun essere vivente che possa conversare con chi guarda. Ed è questa la geniale intuizione della pittrice: la Casa della Memoria è disabitata, perché ad abitarla è solo la nostalgia, e la nostalgia è sempre e solo nostalgia di luoghi e di cose, perché è, essa la nostalgia, come diceva Balzac, un sentimento del corpo, e non dell’anima. L’universo che questi quadri raccontano è l’eterno ritorno dei luoghi nel cuore, che si mutano in luoghi del cuore che tutti noi riconosciamo: e appartengono a tutti le tende e i muri e i mobili e i cancelli e le cose della Casa della Memoria, perché in poesia pura si mutano i colori, e in immagini i ricordi, e in simboli le cose. Nel silenzio della sua anima creatrice, nella malinconia del suo essere, Bice Triolo ha inventato quella Casa comune che dentro di noi immaginiamo e che forse, un giorno, abiteremo davvero.

SALVATORE LO BUE

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